Intervista al prof. Claudio Tiribelli sulla FIF

T esta, cuore e… fegato, in senso proprio e metaforico. Sono i tre motori da cui un’esperienza unica nel panorama scientifico italiano trae spunto ed energia per portare avanti un progetto di network mondiale nel campo della ricerca e dell’applicazione clinica, in grado di favorire elevati standard di formazione e l’avvio di studi internazionali sulle patologie epatiche. Parliamo della Fondazione Italiana Fegato (FIF), nata nel 2008 dal Fondo per lo Studio delle Malattie del Fegato, con lo scopo di rafforzare e coordinare la ricerca di base condotta dal 2003 in AREA Science Park dal Centro Studi Fegato e poi dal 2005, a livello clinico, presso l’Ospedale triestino di Cattinara.Anima di questo progetto di scienza, medicina e networking è il prof. Claudio Tiribelli, ordinario  di  Gastroenterologia  all’università  di  Trieste  e  direttore  scientifico  della Fondazione, che con determinazione e coraggio ha dato corpo in dieci anni a un’idea: fare della ricerca il terreno di una concreta opportunità di collaborazione tra nazioni e di progresso senza frontiere. “Abbiamo sempre avuto una speciale attenzione alla formazione di giovani ricercatori di Paesi meno privilegiati del nostro – spiega Tiribelli - creando nel tempo una rete sia scientifica che umana in grado di dare risultati di eccellenza. Siamo partiti con l’Argentina, con cui abbiamo tre accordi e un centro di ricerca in comune a Rosario. Poi sono arrivati Messico, Indonesia, India, Vietnam, solo per citare i principali”.

Con che modalità i ricercatori si avvicinano alla FIF?

Innanzitutto, i dottorati di ricerca in epatologia molecolare. Durano tre anni trascorsi i quali il ricercatore torna nel Paese di origine con una solida competenza nella ricerca di base. Abbiamo poi borsisti che operano in ospedale direttamente sulla parte clinica. Infine, ci sono ricercatori che vengono a Trieste per periodi variabili tra uno e sei mesi per svolgere determinati tipi di ricerche che non è possibile condurre a casa loro. Ne abbiamo accolti una trentina dal 2005, quattro/cinque l’anno.

 Quali sono le patologie sulle quali focalizzate maggiormente i vostri studi?

Gli esiti dell’epatite B e C e il cancro del fegato (cirrosi). Abbiamo un grande programma per  lo  studio  del  cancro  in  modelli  sperimentali  con  le  cellule  staminali,  gestito  da una  ricercatrice  senior  indonesiana,  Caecilia  Hapsari  Sukowati,  formatasi  con  noi.  Con l’università di Rosario portiamo avanti un programma di criobiologia, per la conservazione di fegato e cellule epatiche isolate. Studiamo poi i danni neurologici da eccesso di bilirubina nei  neonati.  Segnalo  inoltre  che  un  ricercatore  indonesiano  che  collabora  con  noi  ha ottenuto un grosso  grant dalla Danone per studiare a Bali la correlazione tra l’assetto genico e la malattia legata all’accumulo di grasso nel fegato. 

Come si finanzia la Fondazione, quali sono i suoi partner e sostenitori?

Oltre a finanziarci attraverso grant internazionali, abbiamo tra i nostri soci le università e  le  aziende  sanitarie  di  Trieste  e  Udine.  Ma  la  parte  del  leone  la  fa  la  Regione  Friuli Venezia Giulia, che dall’inizio ha creduto nel nostro progetto dimostrando come, con un investimento sostanzialmente modesto, si possa ottenere eccellenza in campo clinico e visibilità a livello mondiale. 

Leggi l’articolo da "AREA Magazine"

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